Gli studi qui raccolti mostrano dunque come il riutilizzo di materiale musicale preesistente all’interno di una nuova composizione, a volte frettolosamente condannato come un plagio, produca risultati creativi, realizzandosi in moltissime forme nate dalle più varie radici: si può parlare così di una comunanza di visione tra compositori diversi, o dell’appartenenza (consapevole o inconsapevole) di un certo autore alla propria tradizione, oppure del suo cosciente far riferimento a una tradizione s…
Read moreGli studi qui raccolti mostrano dunque come il riutilizzo di materiale musicale preesistente all’interno di una nuova composizione, a volte frettolosamente condannato come un plagio, produca risultati creativi, realizzandosi in moltissime forme nate dalle più varie radici: si può parlare così di una comunanza di visione tra compositori diversi, o dell’appartenenza (consapevole o inconsapevole) di un certo autore alla propria tradizione, oppure del suo cosciente far riferimento a una tradizione specifica, magari appunto con l’intenzione di trasfigurarla, o ancora dell’applicazione di un metodo creativo consistente nella realizzazione di immagini delle musiche del passato... e questo elenco potrebbe continuare ulteriormente. In generale, ciò che emerge da questi contributi è insomma che ci sono moltissimi casi e contesti in cui «rubare» la musica non è (o non dovrebbe essere considerato) certamente un furto: questo succede quando, come accade molto spesso, «rubare» la musica è non soltanto l’involontaria assimilazione dell’apporto creativo di un altro artista o il modo per veicolare culture o tradizioni musicali che altrimenti potrebbero cadere nell’oblio, ma anche un autentico contributo alla trasmissione creativa del sapere musicale e a nuove ulteriori creazioni.